Fuga dalla libertà


La Catena di San Libero


appunti di Federica Parri


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Quest’opera è stata edita per la prima volta nel 1941, durante la seconda guerra mondiale, e proprio gli sviluppi politici di quel periodo e i pericoli che essi comportavano per le maggiori conquiste della civiltà moderna hanno fatto concentrare l’autore sulla crisi culturale e sociale che stava avvenendo e sul significato della libertà per l’uomo di quel periodo storico. In questo libro, i cui temi possono essere facilmente ricollegati alle problematiche attuali, viene analizzato un apparente paradosso: l’uomo ha raggiunto la libertà, ma non riesce ad usarla per realizzare completamente se stesso, anzi, la libertà sembra averlo reso fragile e impotente. Fromm ha studiato la struttura del carattere dell’uomo, e i suoi problemi dell’interazione tra fattori psicologici e sociologici.

Il testo inizia con l’osservare che la storia moderna europea e americana s’incentra nello sforzo di conquistare la libertà dalle catene politiche, economiche e spirituali che hanno avvinto gli uomini nel passato. Le battaglie per la libertà sono state sempre state combattute dagli oppressi contro quelli che avevano privilegi da difendere. Combattendo per la propria liberazione, ogni classe credeva di combattere per la libertà in sé, ma quando la vittoria era assicurata nascevano nuovi privilegi da difendere.

Per l’autore la libertà caratterizza l’esistenza umana come tale, e il suo significato muta a seconda del grado di consapevolezza che l’uomo ha di se stesso come essere indipendente e distinto. La storia sociale dell’uomo è cominciata nel momento in cui egli, emergendo da uno stato di unità con il mondo naturale, è diventato consapevole di se stesso come entità separata dalla natura circostante e dagli altri uomini. Il crescente processo di distacco dell’individuo dai suoi legami originari sarà chiamato da Fromm “individuazione” che individuo il suo culmine dopo la Riforma.

Il processo d’individuazione può essere trovato nello sviluppo ontogenetico dell’uomo e i limiti dell’espansione dell’individuazione vengono posti in parte da condizioni individuali, ma soprattutto da condizioni sociali. Infatti, ogni società è caratterizzata da un certo livello d’individuazione al di là del quale la persona normale non può andare. Un aspetto del processo d’individuazione è la solitudine che ne deriva. I legami primari forniscono sicurezza e unità fondamentali con il mondo esterno, ma a mano a mano che il bambino emerge da quel mondo si rende conto di essere solo, di essere un’entità separata da tutti gli altri. Questa separazione da un mondo che, in confronto alla propria esistenza individuale, è irresistibilmente forte e potente crea dei sentimenti d’impotenza e di ansietà. Finché si era parte integrante di quel mondo, ignari delle possibilità e delle responsabilità dell’azione individuale, non si sentiva il bisogno di averne paura ma una volta divenuti adulti si è soli ad affrontare il mondo in tutti i suoi aspetti pericolosi e soverchianti.

Sorgono allora impulsi a rinunciare alla propria individualità, a superare i sentimenti di solitudine e impotenza sommergendosi completamente nel mondo esterno. I tentativi in questo senso assumono il carattere della sottomissione, in cui la contraddizione fondamentale tra l’autorità e il bambino che vi si sottomette non viene mai eliminata. Coscientemente il bambino può sentirsi sicuro e soddisfatto, ma inconsciamente si rende conto che il prezzo che paga è la rinuncia alla forza e all’integrazione del suo io; la sottomissione aumenta l’insicurezza del bambino e al tempo stesso crea ostilità e ribellione, che tanto più spaventa perché è rivolta contro le persone stesse dalle quali continua o comincia a dipendere. L’unico modo che sia produttivo di evitare la solitudine e l’ansietà è di trovare un rapporto spontaneo con l’uomo e la natura, un rapporto che collega la persona al mondo senza eliminarne l’individualità. Questo tipo di rapporto ha le sue radici nell’integrazione e nella forza della personalità totale, e perciò è soggetto agli stesi limiti che incontra la crescita dell’io.

Anche filogeneticamente la storia dell’uomo può essere qualificata come un processo di crescente individuazione e di crescente libertà. L’uomo emerge dallo stato preumano con i primi passi verso la liberazione dagli istinti coercitivi. Quanto più in basso sta un animale nella scala dell’evoluzione, tanto più il suo adattamento alla natura e tutte le sue attività saranno controllati da meccanismi istintivi e da azioni riflesse. D’altro canto, quanto più in alto sta un animale nella scala dell’evoluzione, tanto maggiore flessibilità di modello d’azione e tanto minore completezza di adattamento strutturale troviamo alla nascita. Infatti, l’uomo alla nascita è il più impotente di tutti gli animali e il suo adattamento alla natura si basa fondamentalmente sul processo di apprendimento, non sulla determinazione degli istinti.

L’autore continua analizzando il mito di Adamo ed Eva dove rileva che l’agire contro il comando dell’autorità, il commettere un peccato, è nel suo aspetto umano positivo il primo atto di libertà. Ossia il primo atto umano. L’atto di disobbedienza è l’inizio della ragione. Ma, ammonisce -la “libertà da” non significa “libertà di”- (pag. 37).

Viene rimarcato che i legami primari bloccano il pieno sviluppo umano; impediscono lo sviluppo della sua ragione e delle sue facoltà critiche; gli consentono di riconoscere sé e gli altri soltanto attraverso la sua, o la loro, appartenenza ad un clan, a una comunità sociale o religiosa, e non in quanto esseri umani; in altre parole, bloccano il suo sviluppo in quanto individuo libero, autonomo e produttivo. Il processo crescente di liberazione umana da una parte è un processo di sviluppo della forza dell’integrazione, di dominio della natura, di sviluppo del potere della ragione umana e di sviluppo della solidarietà con altri esseri umani. Ma dall’altra parte questa crescente individuazione significa crescente isolamento, insicurezza e perciò un dubbio sempre maggiore circa il proprio posto nell’universo, il significato della propria vita; ed oltre a ciò un sentimento sempre più acuto della propria impotenza e irrilevanza come individuo. Una volta che siano stati recisi i legami primari, non possono più essere ristabiliti; quando il paradiso è perduto, l’uomo non può più tornarvi. C’è una sola possibile soluzione produttiva per il rapporto dell’uomo individualizzato con il mondo: la sua attiva solidarietà con tutti gli uomini e la sua spontanea attività, l’amore e il lavoro che lo riuniscono di nuovo al mondo, non mediante legami primari, ma come individuo libero e indipendente.

Tuttavia se le condizioni politiche, economiche e sociali, da cui dipende l’intero processo dell’individuazione umana, non offrono una base per la realizzazione dell’individualità, nel senso che abbiamo appena detto e se al tempo stesso gli individui hanno perduto quei legami che davano loro sicurezza, questo sfasamento fa della libertà un peso insopportabile. Essa allora s’identifica con il dubbio, con un genere di vita che manca di significato e di orientamento. Sorgono potenti tendenze a fuggire da questo tipo di libertà e a rifugiarsi nella sottomissione e in un genere di rapporto con l’uomo e con il mondo che prometta sollievo dall’incertezza.

Fromm passa poi ad analizzare la società medievale rispetto a quella moderna e nota che ciò che caratterizza il medioevo è la mancanza di libertà individuale. In quell’epoca le persone erano incatenate al posto che occupavano nell’ordine sociale, c’erano poche possibilità di spostarsi socialmente da una classe all’altra, ed anzi si riusciva a malapena a spostarsi geograficamente da una città all’altra. L’uomo medioevale spesso non era libero di vestirsi come voleva, la vita personale, sociale ed economica era dominata da regole ed obblighi da cui praticamente nessuna sfera di attività era esentata. Ma la persona, pur non essendo libera, non era né sola né isolata. Avendo fin dalla nascita un posto preciso, immutabile e indiscusso nel mondo sociale, era radicato in una struttura, e così la vita aveva un significato e non lasciava luogo al dubbio e nemmeno ne creava l’esigenza. La persona s’identificava con il proprio ruolo nella società; era un contadino, un artigiano, un cavaliere, non un individuo a cui capitasse di avere una professione piuttosto che un’altra. Ma entro i limiti della sua sfera sociale, individuo aveva molta libertà di esprimere la propria personalità nel suo lavoro e nella sua vita emotiva.

Il luteranesimo e il calvinismo nacquero facendo appello alla classe media urbana, ai poveri e ai contadini; perché davano espressione ai loro sentimenti d’impotenza e ansietà. Le nuove dottrine non si limitarono a esprimere eloquentemente i sentimenti suscitati da un ordine economico in corso di trasformazione, con i loro insegnamenti li acuirono e al tempo stesso offrirono soluzioni che consentivano all’individuo di far fronte a un’insicurezza altrimenti intollerabile. La Chiesa medievale dava risalto alla dignità dell’uomo, alla libertà del suo volere e al fatto che i suoi sforzi erano utili; metteva in risalto la somiglianza tra Dio e l’uomo nonché il diritto dell’uomo di confidare nell’amore di Dio. Nel tardo medioevo, in seguito ai primi passi del capitalismo, si crearono turbamento e insicurezza, ma contemporaneamente le tendenze che rilevavano l’importanza della libertà e dello sforzo umano divennero sempre più forti. Possiamo affermare che sia la filosofia del rinascimento sia la dottrina cattolica del tardo medioevo riflettevano lo spirito dominante in quei gruppi sociali che traevano dalla propria posizione economica un sentimento di potenza e indipendenza. D’altra parta, la teologia di Lutero esprimeva i sentimenti della classe media che, lottando contro l’autorità della Chiesa, e provando risentimento per la nuova classe di ricchi, si sentiva minacciata dal capitalismo in ascesa e sopraffatta da un risentimento d’impotenza e d’insignificanza individuale.

Il sistema di Lutero ha dato all’uomo indipendenza in materia religiosa, ha tolto alla Chiesa la sua autorità; il suo concetto di fede e salvezza implica l’esperienza individuale soggettiva, in cui tutta la responsabilità appartiene all’individuo e non interviene un’autorità in grado di dargli ciò che da solo non può ottenere. L’aspetto d’isolamento e impotenza della libertà moderna è dato dal protestantesimo, in quanto Lutero insiste sulla fondamentale malvagità e debolezza umana. Per Lutero la volontà dell’uomo si dirige verso la malvagità e questo gli rende impossibile compiere una buona azione sulla base della sua natura. Soltanto se l’uomo si umilia e annulla la sua volontà e il suo orgoglio la grazio di Dio scenderà su di lui. Questa nuova dottrina religiosa era una risposta ai bisogni psichici provocati dal collasso del sistema sociale medievale e degli inizi del capitalismo.

Dalle dottrine del protestantesimo l’uomo venne psicologicamente preparato al ruolo che doveva svolgere nel moderno sistema industriale. La struttura della società moderna influisce sull’uomo contemporaneamente in due modi, egli diviene più indipendente, autosufficiente e critico, e al tempo stesso diventa più isolato, solo e impaurito. L’uomo pur essendosi sbarazzato dei vecchi amici della libertà, si trova dinanzi nuovi nemici di diversa natura; nemici che non sono fondamentalmente costrizioni esterne, ma fattori interni, che bloccano la piena realizzazione della libertà della personalità. Per fare un esempio possiamo riflettere sulla libertà di parola che riteniamo un’importante vittoria nella battaglia dalle vecchie costrizioni, l’uomo moderno si trova in una situazione in cui gran parte di ciò che egli pensa e dice consiste in cose che tutti gli altri pensano e dicono; e che egli non ha acquistato la capacità di pensare originalmente (per originale non s’intende che un’idea non sia mai stata pensata prima, ma che abbia origine nell’individuo). Il problema della libertà non è solo quantitativo ma anche qualitativo; non solo dobbiamo conservare e accrescere la libertà tradizionale, ma dobbiamo conquistare un nuovo tipo di libertà, che ci consenta di realizzare la nostra personalità individuale, di avere fede in essa e nella vita.

A questo punto il testo procede trattando il significato psicologico del fascismo e del significato della libertà nei sistemi autoritari e nella democrazia. Fromm vede nel fascismo e nella democrazia due vie sociali di fuga, la prima tramite la sottomissione a un capo e la seconda tramite il conformismo ossessivo. Per comprendere questi fenomeni sociali è necessario intendere i fenomeni psicologici nelle loro particolarità e nella concretezza del loro manifestarsi tramite i meccanismi di fuga. Una volta che i legami primari che davano sicurezza all’individuo sono stati recisi, una volta che abbia iniziato a vedere il mondo come un’entità separata da sé, può scegliere, se vuole superare l’intollerabile stato d’impotenza e solitudine, tra due vie. Per una via può progredire alla “libertà positiva”; può cioè mettersi in rapporto col mondo spontaneamente con l’amore e il lavoro, con l’espressione genuina delle sue facoltà emotive, sensuali e intellettuali; può così ritrovare di nuovo l’unità con l’uomo, la natura e se stesso, senza rinunciare all’indipendenza e all’integrità della propria personalità. L’altra via che gli è aperta invece lo porta a ritirarsi, a rinunciare alla sua libertà, e a cercare di superare la sua solitudine eliminando il vuoto che si è formato tra il suo essere e il suo mondo. Questa seconda via è una fuga da una situazione intollerabile, da sollievo a un’insopportabile ansietà, e rende la vita possibile evitando il panico; tuttavia non risolve il problema fondamentale.

Ora si passerà ad analizzare i meccanismi di fuga che hanno un’importanza sociale, e la cui comprensione è una premessa necessaria per l’analisi psicologica dei fenomeni sociali di cui ci occuperemo in seguito.

1. Autoritarismo

E’ la tendenza a rinunciare all’indipendenza del proprio essere individuale, e a fondersi con qualcuno o qualcosa al di fuori di se stessi per acquistare la forza che manca al proprio essere. Le forme più chiare di questo meccanismo si riscontrano nella brama di sottomissione e di dominio o nelle tendenze masochistiche e sadiche che esistono in vari gradi tanto nell’individuo normale che in quello patologico.

Le forme più frequenti in cui si manifestano le tendenze masochistiche sono i sentimenti d’inferiorità, d’impotenza, d’insignificanza personale. Nello stesso tipo di carattere si riscontrano regolarmente tre specie di tendenze sadiche, più o meno strettamente intrecciate. La prima è quella di rendere gli altri dipendenti da noi. Un’altra consiste nell’impulso a sfruttare e ad usare gli altri. La terza specie è invece il desiderio di far soffrire gli altri o di vederli soffrire, fisicamente e/o moralmente.

Sia gli impulsi masochistici che quelli sadici aiutano gli individui a superare l’intollerabile sentimento di solitudine e impotenza che egli prova. L’individuo cerca qualcuno o qualcosa a cui legarsi; non può sopportare di essere se stesso e cerca freneticamente di disfarsi della propria individualità e di provare di nuovo un sentimento di sicurezza eliminando l’io.

2. Distruttività

La distruttività è diversa dall’autoritarismo perché non mira alla simbiosi attiva o passiva ma all’eliminazione del suo oggetto. Si può sfuggire al sentimento d’impotenza rispetto al mondo esterno distruggendolo. Se si riesce a rimuoverlo si resta soli e isolati, ma è uno splendido isolamento, in cui non si può essere schiacciati. La distruttività è una tendenza costantemente latente in una persona che attende solo l’occasione per esprimersi. Nella maggior parte dei casi gli impulsi distruttivi vengono razionalizzati in modo che almeno qualche altra persona o un intero gruppo sociale possano condividere la razionalizzane, e quindi la facciano apparire realistica al membro di tale gruppo. Se per qualche ragione gli altri non possono diventare l’oggetto della distruttività di un individuo, facilmente sarà il suo io a diventarlo. Quando ciò accade in misura rimarchevole il risultato spesso è la malattia fisica, e talvolta tenta il suicidio.

Le stesse condizioni d’isolamento e impotenza sono responsabili di altre due fonti di distruttività: l’ansietà e il soffocamento della vita. Ogni minaccia contro gli interessi vitali crea ansietà, e le tendenze distruttive sono la reazione più comune a quest’ansietà. Il soffocamento della vita riguarda l’impedimento a realizzare le possibilità sessuali, emotive e intellettuali; mancando la sicurezza interiore e la spontaneità che condizionano una siffatta realizzazione. Oggigiorno i tabù sono praticamente scomparsi, ma rimangono forti i blocchi interni, nonostante l’approvazione cosciente del piacere dei sensi.

Se la tendenza al proprio dinamismo interno è soffocata l’energia rivolta verso la vita subisce un processo di decomposizione, e si converte in energia rivolta verso la distruzione.

3. Conformismo da automi

Questo meccanismo è la soluzione che la maggior parte degli individui trova nella società moderna. L’individuo cessa di essere se stesso, adotta in tutto e per tutto il tipo di personalità che gli viene offerto dai modelli culturali; e perciò diventa esattamente come tutti gli altri, e come questi pretendono che egli sia. Il divario tra me e il mondo scompare e con esso la paura cosciente della solitudine e dell’impotenza.

La perdita dell’io, la sua sostituzione con uno pseudo - io, lascia l’individuo in un profondo stato d’insicurezza. E’ ossessionato dal dubbio, poiché, essendo in sostanza un riflesso di ciò che altri si attendono da lui, in una certa misura ha perduto la sua identità.

Dopo aver affrontato questi tipi psicologici Fromm analizza la psicologia del nazismo. Nell’esaminare la base psicologica del successo del nazismo è necessario fare una distinzione preliminare: una parte della popolazione si è inchinata al regime nazista senza opporre una forte resistenza, ma anche senza ammirare l’ideologia e la prassi politica naziste. Un’altra parte ha provato una profonda attrazione per la nuova ideologia, e si è fanaticamente attaccata a coloro che l’hanno proclamata. Nel primo gruppo rientravano in primo luogo la classe operaia e la borghesia liberale e cattolica. La loro volontà di resistenza crollò rapidamente, e da allora hanno dato al regime pochi fastidi. Psicologicamente questa prontezza a sottomettersi al regime nazista sembra dovuta principalmente ad uno stato di stanchezza interiore e di rassegnazione, stato che è caratterizzato dall’individuo anche nei paesi democratici.

Il governo di Hitler s’identificò per milioni di persone con la “Germania”, combatterlo significava estraniarsi dalla comunità dei tedeschi. Poiché gli altri partiti politici erano stati aboliti, l’opposizione al partito nazista significava opporsi alla Germania. Per quanto un individuo possa essere ostile ai principi del nazismo, un cittadino tedesco, se deve scegliere tra restare solo e il sentire di appartenere alla Germania, per lo più sceglierà quest’ultima via.

L’ideologia nazista fu accolta con ardente fervore dagli strati inferiori della classe media, composti da piccoli bottegai, di artigiani e d’impiegati. Su di loro questa ideologia esercitava una profonda attrazione emotiva, perché erano caratterizzati da certi particolari tratti: l’amore per i forti, l’odio per i deboli, la meschinità, … La loro visione della vita era angusta, sospettavano e odiavano lo straniero e provavano curiosità e invidia per i loro conoscenti, razionalizzando l’invidia come indignazione morale. Dopo la prima guerra mondiale, la sconfitta e il crollo della monarchia furono una prima ragione di disorientamento psicologico. Anche l’inflazione fu un colpo mortale al principio della parsimonia e nello stesso tempo all’autorità dello stato.

Hitler era il tipico rappresentante della classe media inferiore, una nullità senza prospettive o possibilità. Si dimostrò uno strumento tanto efficiente perché in lui le caratteristiche del piccolo borghese risentito e pieno di odio, con cui la classe media poteva identificarsi emotivamente e socialmente, si accoppiavano a quelle dell’opportunista pronto a servire gli interessi degli industriali tedeschi e degli Junkers. La personalità di Hitler, i suoi insegnamenti e il sistema nazista esprimevano in forma esasperata la struttura di carattere che abbiamo definito “autoritaria”, e che proprio per questo egli ha esercitato una potente attrattiva su quei settori della popolazione che più o meno avevano la stessa struttura di carattere. Infatti, se i capi sono quelli a cui spetta principalmente di godere del potere le masse non sono escluse da questa soddisfazione sadica. Le minoranze razziali e politiche della Germania, che vengono definite deboli sono gli oggetti di sadismo che vengono gettati in pasto alle masse. Gran parte della sua propaganda è fatta di menzogne deliberate, coscienti. In parte però ha la stessa sincerità emotiva che hanno le accuse paranoiche. Queste accuse hanno sempre la funzione di parare la possibilità che si smascheri il proprio sadismo o la propria distruttività.

L’aspetto masochistico nell’ideologia nazista è evidente soprattutto nelle masse, in quanto: l’individuo è una nullità e non conta. L’individuo deve accettare questa insignificanza personale, dissolversi in un potere più alto e quindi sentirsi fiero di partecipare alla forza e alla gloria di questo potere più alto.

Secondo l’autore nella democrazia ci ritroviamo di fronte allo stesso fenomeno che ha favorito ovunque il sorgere del fascismo: l’irrilevanza e l’impotenza dell’individuo. L’individuo è orgoglioso di non esser soggetto ad alcuna autorità esterna, di essere libero di esprimere i propri pensieri e sentimenti e da per acquisito che questa libertà quasi automaticamente garantisca la propria individualità. Ma la libertà dall’autorità esterna è una conquista duratura solo se le condizioni psicologiche interne ci consentono di stabilire la nostra individualità.

La società favorisce la tendenza al conformismo, la soppressione dei sentimenti spontanei, e conseguentemente dello sviluppo di un’individualità genuina, comincia prestissimo, si può dire con la prima educazione del bambino. Nella nostra civiltà troppo spesso l’educazione produce l’eliminazione della spontaneità e la sostituzione agli atti psichici originali di sentimenti, pensieri e desideri sovraimpressi. Così avviene per l’ostilità ma anche per le emozioni in generale. Sin dall’inizio dell’educazione il pensiero originale è scoraggiato, e nei cervelli degli individui vengono inculcati pensieri preconfezionati. I bambini molto spesso non vengono presi sul serio, attraverso atteggiamenti di mancanza di rispetto o di velata degnazione, atteggiamento usato verso tutti quelli che non hanno potere. Questi atteggiamenti scoraggiano il pensiero indipendente quanto l’insincerità, tipica dell’adulto nei confronti dei bambini.

La nostra epoca nega la morte, e con essa un aspetto fondamentale della vita. Invece di lasciare che la coscienza della morte e del dolore diventino uno dei più forti incentivi alla vita l’individuo è costretto a reprimerla. Ma, come sempre succede, gli elementi repressi non cessano di esistere per il solo fatto di essere stati eliminati dalla vista. Ogni essere umano ha bisogno di verità, soprattutto della verità su se stesso. Quanto maggiore è l’integrazione della personalità dell’individuo, e quanto maggiore è quindi la sua limpidezza verso se stesso, tanto più grande è la sua forza. Il far apparire agli individui enormemente complicati i problemi psicologici, economici, politici, che solo uno specialista può comprenderli, tende in realtà a scoraggiare la fiducia delle persone nella loro capacità di riflettere sui problemi che davvero contano.

Quel che si è detto a proposito della mancanza di originalità del pensiero e del sentimento vale anche per la volontà. L’uomo vive nell’illusione di sapere ciò che vuole, mentre in realtà vuole ciò che ci si aspetta che voglia. Nel corso della storia moderna l’autorità della chiesa è stata sostituita da quella dello stato, quella dello stato dall’autorità della coscienza, e nel nostro tempo quest’ultima è stata sostituita dall’autorità anonima del senso comune e dell’opinione pubblica quali strumenti di conformismo. Essendoci liberati dalle vecchie palesi forme di autorità non ci rendiamo conto di essere caduti in un nuovo genere di autorità. Nella sostanza l’io dell’individuo è indebolito, sicché si sente impotente ed estremamente insicuro. Se si deludono le aspettative degli altri non solo rischiamo la disapprovazione, ma rischiamo di perdere l’identità della nostra personalità, il che metterebbe in pericolo il nostro equilibrio mentale. Conformandosi alle aspettative degli altri si riacquista sicurezza, ma rinunciare alla propria spontaneità e all’individualità significa rinunciare alla vita.

La realizzazione dell’io si compie mediante la realizzazione della personalità totale dell’uomo, per effetto dell’espressione attiva delle sue possibilità emotive e intellettuali. La libertà positiva consiste nell’attività spontanea della personalità totale. Un presupposto di questa spontaneità è l’accettazione della personalità totale, e l’eliminazione della spaccatura tra ragione e natura; infatti solo se l’uomo è diventato trasparente nel suo essere e solo se le diverse sfere di vita hanno raggiunto una fondamentale integrazione, è possibile l’attività spontanea. L’amore come affermazione spontanea degli altri, come unione dell’individuo con gli altri sulla base della conservazione dell’io individuale è una delle principali componenti della spontaneità. Ma anche il lavoro come creazione, in cui l’uomo diventa uno con la natura nell’atto della creazione è un’altra componente della spontaneità. Solo le qualità che sorgono dalla nostra attività spontanea danno forza all’io e formano pertanto la base della sua integrità.

Il futuro della democrazia è affidato alla realizzazione di quell’individualismo che è stato l’obiettivo ideologico del pensiero moderno dal Rinascimento in poi. La vittoria della libertà è possibile solo se la democrazia si trasforma in una società in cui l’individuo, il suo sviluppo e la sua felicità, siano il fine e l’obiettivo della civiltà, in cui la vita non debba cercare giustificazioni nel successo o in altre cose e in cui l’individuo non sia subordinato ad un potere esterno.